sabato 18 dicembre 2010


Ho bisogno della libertà. La libertà di portare in giro con libertà le mie idee, la mia essenza più profonda, l’ideale di vita che ognuno di noi porta con sé e che scorgiamo, costruendolo nella nostra testa, nella vita di tutti i giorni, quando attraversiamo la strada, o in piedi sul tram, mentre cerchiamo un appiglio per non cadere.
Libertà è quando siamo convinti che stiamo facendo la cosa giusta, senza che ci importi davvero se sarà una scelta priva di errori, è quella sorta di mondo interiore che riusciamo a proiettare all’esterno non perché lo vediamo concretamente, sbucato fuori da qualche angolo nascosto del nostro quotidiano, ma perché ci accompagna, come una visione che possiamo cogliere solo noi, una sequenza continua di immagini, persone e cose che ci scorre vicino, ci colora la vita e ci offre l’idea esatta di chi siamo e di cosa vogliamo, di cosa abbiamo bisogno per essere felici. Voglio questo per me, voglio sapere che non seguirò il destino di chi mi ha indicato pedagogicamente, pedissequamente ripetto ai dettami cattomoralisti di paese la via, ma ciò che ritengo più giusto, al limite delle mie capacità, al limite delle possibilità esterne, con rispetto e fiducia, e tutta la responsabilità che mi è data per rispondere sempre, nel bene e nel male, delle mie personali azioni.

sabato 26 giugno 2010

CHELA DI GRANCHIO, O IL PIACERE DI RITROVARE SE’ STESSI DENTRO SE’ STESSI






Pensavo, quando mi capitavano davanti per caso quelle tipiche nordiche di chissà qual paese del nord, sorte di brutte copie della Brigitte Nielsen, pensavo che siamo davvero un poco tutti diversi, noi esseri umani fatti di ossa e di carne, e di carne così tanto diversamente redistribuita.
In anni e anni e poi ancora altri anni passati nel folle tentativo di neutralizzare la produzione di grasso cattivo, mi ero convinta che il cibo sano e lo sport avessero anche il magico potere di regolare la carne nei punti giusti come il coltello spalma la nutella per bene sulla fetta di pane, come le mani sanno plasmare le terracotte tenere prima che diventino vasi, come la spatola aggiusta la malta e leviga i muri, sulle pareti delle case.
Pensavo che il mangiar sano o insano non fosse responsabile solo della qualità della nostra misera carne, ma determinasse anche il modo attraverso il quale quella poteva spuntare, nelle diverse parti del corpo. E invece.
Invece vedevo quelle giunoniche signore con delle gonne troppo mini, senza un filo di grasso nelle giunture degli arti: le caviglie sottilissime, i ginocchietti microscopici, le coscette come sedanini, il culetto tanto piatto da risultare trasparente, semplicemente non pervenuto.
Le vedevo soprattutto mangiare e bere, e bere e bere e ancora mangiare, abbuffarsi letteralmente di grasso cattivo, di quel mostro malefico, di quel diavolo tentatore chiamato cibo spazzatura, patatine e cotolette, vino rosso e birre medie, intervallate da qualche sigaretta, e toast e uova col bacon.
E certo la pancia c’era eccome, ma non ce la contavo la pancia.. come avrei potuto? C’era per una semplice questione di natura fisica: la pancia era il luogo dove tutto quello spazzume finiva. D’altro canto mica poteva essere smaltito così, come neve sciolta al sole, come materia qualsiasi squagliata, annullata per effetto della soda caustica!
Così, evitando quel doppio sbottino di grasso che nascondeva quasi l’ombelico, appena visibile sotto alle canotte strette di sopra e slargate alla base, scorrevo con gli occhi le gambe infinite di queste sorte di veneri altisonanti con le tette grossissime e in bella mostra, senza che mi riuscisse di scovare un solo millimetro di grasso tra quelle cosce perfettamente levigate, come passate fortunosamente con la spatola anche loro, per volontà di chissà quale ingiusta scelta divina, mi sarebbe piaciuto sapere.
E mi guardavo per paragone, sconsolatissima in quei momenti, le cosce burrose, le gambe nutrite di insalate e cereali integrali, yogurt e carotine, con cui avevo macinato chilometri e chilometri, soltanto attraverso la corsa, senza contare tutti quegli altri sport del mondo che avevo praticato, più o meno fin già dalla nascita. Mi guardavo il polpaccio da calciatore, le ginocchia antigonne avvolte da un rotolo intero di scotch da pacchi, il sedere ingombrante, sempre pronto a rovinare la linea di qualsiasi vestito, sempre pronto a impedire una calzata bella scorrevole dei jeans.
Mi guardavo, e pensavo che forse a volte opporre una strenua e cieca resistenza alla nostra vera natura, a quello che fatalmente potremmo definire semplice determinismo biologico, non solo non ha senso, ma è anche un poco folle, inutile, stupido.
Forse inventariare in modo così certosino tutto ciò che ci troviamo in dote (se è poi vero che a caval donato non si guarda in bocca), fino a respingere parte di ciò che siamo, parte della nostra natura, significa anche usare in eccesso la ragione, scegliere di default dei canoni, anche estetici, che la testa sa bene essere considerati vincenti da un manipolo di personaggi che stanno comunque là fuori, fuori di noi, senza ascoltare davvero che cosa ci dice il nostro istinto, la nostra parte più vera, che sola conosce cosa ci faccia davvero bene.
Mi era venuta di colpo una gran voglia di vivere, una voglia sconfinata di lasciarmi andare, di sciogliere la tensione presente in modo oramai stabile dentro ai miei visceri, sempre pronta a tirarmi i nervi del corpo, i muscoli delle cosce, le corde del collo, fino quasi a farli spezzare.
Mi era venuta voglia di accogliere la vita senza fare eccessivi controlli all’ingresso, come facevano con il cibo quelle bionde giunoniche venute dal nord.
Di farmi travolgere da onde benevole, acqua di mare che arriva improvvisa a farti cadere vicino alla riva, mentre muori dalle risate, come un bambino con i braccioli, che dopo il primo moto di spavento capisce comunque di non essere in pericolo, di essere dentro un bel gioco senza troppe regole complicate e di volerlo giocare, senza farsi troppe domande.
Avevo voglia di questo, voglia di sentirmi al sicuro senza che lo decidesse per forza la mia testa che cosa mi facesse sentire al sicuro, voglia di mettere una distanza definitiva tra quella che solo io sapevo essere la mia felicità e tutta quella parte di vita che mi ostinavo a lasciare nelle mani degli altri, nella stupida convinzione che vi potesse essere qualcuno, là fuori, capace di scegliere e determinare quale potesse essere il mio bene al posto mio.

lunedì 3 maggio 2010

LO FACCIO PER TE


Non ho niente da dire, niente più di quanto io già non abbia abbondantemente detto, eppure vedi, sono qua a parlare ancora e lo faccio per te.
Lo faccio per te, per un paio di occhi che mi si dedicano - ed è un onore -, per quel muro che mi sento costruito intorno, fortezza issata a difesa dei miei sogni, e dei miei giorni.
Lo faccio per appoggiare a terra l’egoismo, alzare le mani ed arrendermi di fronte alla tua perseveranza, all’importanza che dai a quella parte di me che da tempo ormai avevo seppellito. Impotente verso il tuo insistere, cedevole di fronte al richiamo delle tue irresistibili ragioni, lo faccio perché mi lusinghi, perché solletichi passioni appartenute ad un tempo che non c’è più, che credevo di avere dimenticato, convinta com’ero che oramai non potesse più ritornare.
Nessuno ti ha mai spiegato che serpente tentatore sia la lusinga? Attento: un giorno non troppo lontano potrei convincermi che sia tutto vero quello che dici.
Lo faccio per la mia autostima, perché non ha importanza forse tanto l’essere giunti quanto il volersi bene, credere veramente in sé stessi nonostante tutto, nonostante la vita sembri portarci lontano da dove avremmo disperatamente voluto essere; è il percorso che, alla faccia di tutto ciò che ci rema contro, decidiamo comunque di intraprendere che fa la differenza e ci fa gioire, più che la meta; o comunque è il modo intenso con cui viviamo la nostra passione l’unica via che ci permette di raggiungerla davvero, quella stessa meta.
Lo faccio perché finalmente non è più vero che “parlo ma intanto sono qua”, perché sono uscita da quel buco che mi ero scavata, e anche se non mi viene ancora tanto da ridere la cosa più bella è che sullo sfondo, proprio dietro alle mie spalle, sento il muro portante della tua presenza, sento il tuo sorriso ed è bellissimo sapere che a sorridere adesso ogni tanto ci puoi pensare tu anche per me, che anche se non ho voglia ogni tanto la voglia ce la puoi avere per me; bellissimo sapere di piangere e avere qualcuno disposto ad asciugarti le lacrime.
Lo faccio perché non ringraziamo mai abbastanza chi ci fa del bene, e perché non bisognerebbe tradirsi mai, tradire quello che siamo, tradire la fiducia di chi ciecamente in noi la ripone, mai dimenticarsi di chi ci sostiene.
In fondo, mi dico, se con tanto accanimento ciò accade un motivo ci sarà.
Ecco perché lo faccio.
Lo faccio per questo. E lo faccio per te.

domenica 4 aprile 2010

CRAMPI


Gli spritz erano diventati 5 lungo l’arco della serata. Rispetto all’emicrania del pomeriggio le cose avevano preso una piega decisamente più interessante. Il gruppo - una band strepitosa composta da 10 elementi che suonavano jazz, blues, e la parte migliore della musica anni 50 - lo conoscevamo bene. Ad un certo punto il cantante venne a chiamarci sul palco. Sara trovò campo libero, e gli corse dietro. Io invece trovai un ostacolo. Inciampai su uno scalino posizionato nel bel mezzo del nulla eterno, e caddi malamente a terra prima ancora di muovere un passo. Capii subito che era successo qualcosa. Mi si gonfiò come una grossa mela la caviglia destra. Mi dettero del ghiaccio. Non sapevo se ero rotta; ad un certo punto comunque mi ruppi le palle e rimisi lo stivale, riprendendo a ballare. Sara l’avevano messa a cantare. Proprio nel mio momento di gloria -mi disse acida- ti devono capitare queste cose. Fanculo, le risposi garbata. Avevamo un sacco di cose da fare assieme, nei week end di là da venire. Quella caduta poteva compromettere tutto.
Tornai a casa con Marco, e per fortuna ridevo alcolica. Marco mi aveva fatto passare l’emicrania, appena qualche ora prima. Era tornato a casa a prendermi il brufene. Marco mi riportava a casa spiaciutissimo per quello che era successo. Mica era colpa sua, pensavo. Ma non glielo dicevo. Ridevo. E lui era felice che lo facessi. Non so perché, ma lo divertivo parecchio. Mi tolsi gli stivali, e gli dicevo che non puzzavano: sapevano solamente di cuoio. E certo che è così, mi rispondeva lui, rassicurante al contrario mio, e poi non te li puoi mica tenere. Con quello che ti è capitato al piede. Grazie, gli dicevo, grazie. E ridevo come una pazza. Marco mi guardava, era felice di vedermi ridere. Non so perché, ma più io ridevo più mi pareva di vederlo contento. Non era solo una sensazione, cominciavo ad esserne quasi sicura. Un milione di tanti piccoli causa effetto.
Non ero comunque sicura di piacergli. Ero sbronza, confusa. Non mi ci interessava neanche saperlo. Succedeva tutto in maniera così naturale con lui…. Successe anche che ci abbracciammo, e mi baciò con lo stivale in mano. Mi diceva che sapeva di cuoio. E mi baciava. Mi piaceva, non so se per l’alcol o per che cosa. Mi piaceva. Finimmo con il fare l’amore là, davanti a casa mia, con mia sorella che poteva rientrare da un momento all’altro. Non durò molto, per la verità, ma ci venne spontaneo. E quando venni io, urlai per il crampo feroce che lo spasmo aveva fatto scendere alla caviglia contratta e distorta. E forse rotta. Fu un dolore atroce. Non me lo dimenticai mai più. Marco mi guardava, era dispiaciutissimo. Ma aveva anche stampato sul volto il relax tipico della post scopata, con tutta la muscolatura decontratta e stropicciata. Lo guardai, neanche stavolta era colpa sua. Tuttavia scesi dalla macchina baciandolo, con gli stivali in mano, senza di nuovo dire una parola.

Nichilismo


Non è una poesia:
non ci sono versi là sotto,
né rima che scorre.
Non c'è armonia:
è il trionfo del metallo pesante,
della materia d'acciaio
e della ragione.
E' il trionfo del nichilismo:
è l'io che s'arresta, è l’ego che arretra
di fronte alla logica spietata
dei cavi di rame.
Non è una poesia:
le manca il corpo,
le forme sinuose che incantano,
le manca la vita
che scivola addosso,
come vesti leggere e corte
di seta e di raso

lunedì 29 marzo 2010

CUORE E PC


Non percepisco il battito pulsare,

-mi sforzo- ma nessun segno di vita

in fondo al petto, soltanto

un'agonia di suoni monocordi e vacui,

impercettibili e striduli -e ironici-.

Ma non mi appartengono, e li sente soltanto

l'orecchio, e li fischia e li soffia

tremando un poco la macchina

sotto di me.

Solo un muro panna, un anonimo contenitore

fatto di gommapane.

Solo questo, e nessun suono dentro di me.

domenica 28 marzo 2010

LA VITA ALTRUI

Non è che mi interessi fare il punto
Di situazioni affatto necessarie,
ci penso certo e credo – come tutti -
che si profundan futili energie
in ansiotiche declinazioni di vita,
e caricaturali allegorie. C’è vento fuori
e piove a grosse strisce,
e di traverso l’acqua bagna i coppi,
e il prato e i campi e quella pioggia mi colpisce,
rimbalza dentro dal mezzo tetto,
strigliandomi per bene cima a fondo
l’animo, qua in petto.
Nella realtà mi piace rispecchiarmi,
per poter poi imbastire riflessioni,
ma non voglio certo più ferire,
né me né chi circonda il mio bastone.
E’ che non riesco a non pensare al bello,
della poesia dell’arte della storia,
non riesco a fare finta di ignorare,
che questa sera verde caco
positivamente mi addolora,
addizionando di beltà ineguale
la vita che davanti mi rimane,
quel ricco dono che mi fa speciale
- pur se agli occhi di me sola soltanto!.. -,
e che mi porta a vivere e guardare
la vita altrui come se fosse mia, e come se, d’incanto,
io la potessi ad altri raccontare.